CASA EDITRICE LEONARDO DA VINCI
PERCHÈ INTERESSA LA FILOSOFIA E PERCHÈ SE NE STUDIA LA STORIA


Recensione di Maria Antonietta Mendosa

          Dalle riflessioni dello studioso Antonio Livi si comprende subito che questo suo ultimo lavoro è da lui concepito essenzialmente come strumento didattico perché esso avvia verso una comprensione del pensare filosofico sia lo studente, che si accosta alla filosofia per scelta consapevole, sia tutti coloro che sono interessati alla trattazione delle questioni universali perché spinti da una libera, desiderosa disposizione d’animo a fare ricerca teoretica. L’autore sottolinea l’importanza della funzione sociale della filosofia poiché essa, nel rispetto del suo proprio statuto di scienza rigorosa e di conoscenza sapienziale, offre alla coscienza una via, un metodo, ai fini di una corretta impostazione dei problemi sotto il profilo della logica veritativa di senso comune, la logica aletica. Ma una tale funzione sociale opera anche al di fuori del campo specialistico della filosofia, soprattutto, nella fase dell’elaborazione di premesse teoretiche del discorso extrafilosofico, premesse alla luce delle quali l’io esprime la sua piena capacità di giudizio, di valutazione e di deliberazione finale. Dunque, la funzione sociale della filosofia non è una funzione astratta che ha il suo punto di partenza nel pensiero; essa non contraddice l’esperienza ché, anzi, ne è il suo “cominciamento”.
          Nella prima parte del testo l’autore fa una trattazione discorsiva sui  problemi dello statuto della conoscenza filosofica, sul metodo della filosofica nel suo confronto con altri metodi e sul rapporto di dipendenza razionale delle scienze fisiche dalla metafisica. Nella seconda parte è sviluppato il confronto tra l’essenza della filosofia e le varie proposte teoretiche dalle origini della filosofia in Grecia fino al pensiero filosofico contemporaneo, palesemente dicotomico perché se una sua parte esprime il senso del superamento della metafisica, l’altra parte esalta il senso della sua ripresa. Le analisi dell’autore insistono sulla nozione epistemica ed epistemologica del fondamento di senso comune che è il nucleo veritativo dell’essere formulato nei giudizi indicali e sintetici del reale. L’essenza della filosofia, cui si collega il discorso del metodo della filosofia, è chiarita mediante la nozione filosofica di senso comune. Il senso comune trasmette, quindi, nella sua funzione pedagogica e sociale quel nucleo veritativo che ogni discorso, ordinario o scientifico che sia, dovrebbe possedere e che il singolo destinatario dovrebbe ri(conoscere). L’autore di questo studio individua proprio nel senso comune il referente realmente universale che mette in relazione il giudizio epistemico di senso comune e il giudizio di opinione. Il senso comune, appunto, si propone come referente tra l’emittente del discorso e il suo destinatario. La funzione educativa e sociale della filosofia si esprime al meglio solo a questa condizione. In mancanza di tali presupposti veri l’atto comunicativo viene meno, come anche il fondamento dell’atto stesso. Dal punto di vista della materia l’approccio di senso comune chiarisce all’interlocutore di che cosa trattino i filosofi. Dal punto di vista formale questo approccio predilige, agli esagerati tecnicismi del linguaggio filosofico aulico, un linguaggio meno astratto, ma non per questo tanto semplice da facilitare sempre il passaggio del discorso dal locutore al destinatario. Dunque, solo dal punto di vista del che cosa trattino i filosofi è possibile stabilire un referente comune tra il filosofo e il suo interlocutore. Ecco il senso comune colto nella sua funzione veritativa! Ne deriva che qualsiasi discorso che contraddica il senso comune è un discorso non veritativo e pertanto inadatto a produrre la verità dell’essere.
          L’autore, attento a quanti vogliano accostarsi seriamente alla riflessione filosofica, indica e chiarisce quale debba essere il corretto approccio naturale e razionale per poter affrontare le insidie dello scetticismo che sin dalle origini della riflessione filosofica ha tentato e tenta di svuotare della realtà il logos speculativo. Quindi, nella ricerca teoretica è necessario allontanarsi dal fascino delle filosofie alla moda o di quelle che, maggiormente utilitaristiche, sono al servizio di un contingentismo assoluto poiché esse sono sì dominanti e funzionali, sotto certi aspetti, ma, spesso, sono completamente prive della giustificazione razionale della “verità” reale delle premesse. Uno dei criteri razionali di base nella ricerca teoretica è costituito dal punto di partenza primariamente immediato e certo della conoscenza filosofica, il giudizio epistemico dell’esistenza del mondo, giudizio che formalizza e formula l’esperienza a partire dal livello e dal grado di immediatezza dell’esistenza del mondo. La formulazione dell’esistenza del mondo apre davanti all’io quel nucleo veritativo reale che solo il realismo di senso comune comprende mediante i suoi giudizi indicali dell’essere. Essi sono i principi primi reali secondo l’ordine genetico-causale, l’esistenza del mondo, l’esistenza degli altri, l’esistenza dell’ordo etico e l’esistenza di Dio, ordine che individua l’evidenza primariamente immediata nel giudizio di esistenza delle cose. Dunque, tali principi primi reali costituiscono il “cominciamento” della conoscenza filosofica del reale.
          L’accostamento libero e disinteressato alla filosofia spesso non si fonda su motivazioni distintamente evidenti. Esso è il risultato di un insieme di elementi eterogenei tra loro che esprimono un orientamento esistenziale e culturale difficilmente giustificabile per intero. Il background del soggetto, la sua maturazione psicologica e culturale e i contesti in cui l’io è chiamato a vivere e ad operare, tutti questi fattori determinano scelte a favore o a sfavore della disciplina della filosofia. E lo studioso Antonio Livi affronta il panorama storico con cui la cultura filosofica deve fare i conti e non limita il suo discorso solo ad un audience particolare, ma si volge verso un audience generale e, forse, anche più complesso da individuare. Questo atteggiamento di acuto osservatore gli permette di intuire che la filosofia come disciplina e come cultura vive in uno sdoppiamento apparentemente innocuo che è causato in realtà da una dicotomia della coscienza, che da una parte è convinta che la filosofia sia una tra le discipline meno utili, meno scientifiche, e quindi meno adatte al senso della prassi, di una prassi che è sempre più richiesta dagli ambiti del sapere, e che dall’altra ammette un uso indiscriminato, una pratica filosofica indifferenziata che si nasconde all’interno di un logos analitico che le è improprio per natura metafisica. Infatti, si può notare che è frequente un certo apprezzamento della filosofia, a volte non del tutto disinteressato, da parte di ambiti della conoscenza che riconoscono di avere bisogno di essa  solo però nel suo ruolo strumentale di organizzazione del discorso razionale ai fini dell’elaborazione di una teoresi a sostegno delle proposte da portare avanti. Quindi, non sembra interessare all’eventuale oratore e/o al pubblico tanto la filosofia considerata in sé e per sé quanto l’uso strumentale, e non fondamentale, che si fa di essa. Inoltre, la filosofia viene spesso deprezzata come ideologia ai fini del discorso pragmatico nella sfera del discorso religioso, in quella del discorso politico e in quella del discorso artistico. Dunque, le premesse teoretiche di un testo “altro” rispetto a quello filosofico sono sì di matrice filosofica, ma più specificatamente derivanti dalla pratica, dall’uso che si fa della filosofia in altri contesti. Ne deriva che in realtà queste premesse teoretiche non sono premesse incontrovertibili ma confutabili; non sono principi ma postulati. E dal punto di vista della logica aletica è importante sottolineare la natura delle premesse di una tesi da dimostrare perché nel caso in cui le premesse non siano vere allora la verità della tesi rischia di vacillare e di essere proponibile al pubblico solo come discorso opinabile, come doxa. È anche per questo motivo che, secondo lo studioso Antonio Livi, la funzione sociale della filosofia risiede proprio nell’individuare quegli strumenti razionali che potenzino l’intus-legere dell’audience e le sue proprie capacità di discernimento, visto che l’interlocutore, secondo le regole della buona retorica aristotelica, ha il diritto e il dovere di svelare la natura delle premesse teoretiche del discorso che è a lui diretto, cioè, l’essenza dei punti di partenza di un qualsiavoglia discorso che si presenti sotto false spoglie di evidente razionalità. Dunque, finché continua ad esistere un atteggiamento ambivalente, di reticenza o di non ragionata passione nei confronti della filosofia, si indugia sulla negazione della disciplina considerata in sé e per sé oppure sull’ab-uso della stessa, sulla pratica che si fa di essa come strumento di calcolo e di organizzazione del pensiero. La fatica di cercare un punto indimostrabile di equilibrio tra questi due poli estremi è coronata dall’intervento di criteri razionali ed epistemologici che sveglino la coscienza alla verità reale della riflessione filosofica. Ma per il funzionamento corretto di questi criteri è necessario conoscere e capire in primo luogo la filosofia in sé e per sé. Ciò significa che l’io deve allenarsi a pensare filosoficamente, deve abituarsi a questo tipo di conoscenza che è una scienza rigorosa ed insieme una conoscenza di tipo sapienziale.
          La maturata acquisizione di criteri razionali ed epistemologici allontana la coscienza dal rischio di cadere nella trappola di una conoscenza filosofica costituita da una semplice trattazione di tipo sofistico poiché ciò che interessa al pubblico è capire che cosa siano la riflessione filosofica e la coscienza filosofica. Il pensiero filosofico, che non deve imporsi irragionevolmente come dottrina o come indottrinamento, è una ricerca dell’intero accompagnata da una coscienza che è in grado di discernere le verità di ogni determinazione dell’essere dalla verità del tutto dell’essere. Nella ricerca filosofica di senso comune il nucleo veritativo è costituito dai giudizi che formalizzano la sintesi del reale. Ma la riflessione sulla sintesi del reale è implicitamente caratterizzata da una fase riguardante il conoscere vero e proprio e da un’altra fase in cui è presente il riconoscere. In delicati momenti della speculazione epistemica, il filosofo non è in grado di conoscere il tutto perché non riconosce il tutto nell’esperienza. Infatti, per riparare a questo danno metodologico l’autore di questo saggio non insiste solo sull’importanza che ha rivestito in tutti i tempi e che riveste la conoscenza della storia della filosofia, ma anche sul riconoscere sul piano naturale e sul piano razionale la sintesi del reale che il senso comune formalizza mediante i giudizi indicali dell’essere.  Di conseguenza, il riconoscere che non ogni logos filosofico, che pretenda illegittimamente di essere filosofico, possa produrre conoscenza filosofica si ricollega alla questione metodologica della coerenza formale che ogni sistema di pensiero in genere possiede. La coerenza formale è fondata sul consenso dell’oratore e dell’audience che insieme ammettono come premesse del pensiero dei postulati evidenti alla sola autocoscienza, evidenti perché prodotti da essa. L’autocoscienza è, però, allo stesso tempo manchevole della coerenza materiale, aletica. Dunque, non è sufficiente la sola coerenza formale ad identificare la natura di verità nella speculazione filosofica che non può, quindi, definirsi come scienza rigorosa né come sapienza. Sotto questo secondo aspetto la conoscenza sapienziale è sempre caratterizzata da un atteggiamento filosofico di tipo contemplativo che riflette sul reale in quanto tale e non soltanto sugli effetti pratici e pragmatici di esso.
          Il saggio dello studioso Antonio Livi risponde agli interrogativi intorno all’essenza della filosofia. La filosofia produce un testo, un discorso, che è estraneo alla cattiva retorica. Ogni sistema di pensiero deve, quindi, mirare a garantire non solo l’ordo formale ma anche l’ordo materiale, l’ordine del fondamento. La filosofia si mantiene salda nella sua vocazione contemplativa del tutto. Tuttavia, quando essa esprime di sé solamente il suo valore pragmatico e strumentale per il raggiungimento di fini im-posti al di fuori del logos causale dell’essere, essa non può produrre un discorso di natura filosofica. Dunque, capire l’essenza della riflessione teoretica significa capire se dietro il linguaggio filosofico ci sia veramente un pensiero altrettanto filosofico. Questo tipo di testo  nella sua funzione sociale deve necessariamente produrre un testo filosofico capace di orientare la coscienza quando essa è chiamata a decidere sui fatti e tenere sotto controllo la produzione di un testo normativo che si insinui subdolamente nel cuore dell’agire pratico. L’uomo moderno talvolta pare trovare difficoltà ad individuare la vera natura delle premesse teoretiche dei discorsi extrafilosofici di cui è apparentemente in ascolto. Perché? Perché egli non padroneggia l’essenza della filosofia e dunque non riesce a distinguere la natura filosofica da quella extrafilosofica delle premesse da cui ha inizio un qualsiasi tipo di discorso. Ed uno degli obiettivi del saggio è far capire che cosa sia l’essenza della filosofia e in presenza di quali presupposti un testo filosofico produce veramente altri testi filosofici.
          Ricordiamolo, dunque, la logica di senso comune è una logica aletica che risponde alle istanze rigorose di una contemplazione della verità formalizzata nella concezione della sintesi del reale. E proprio perché il senso comune ha una funzione veritativa ed esistenziale esso concorda con il fatto che la filosofia è una scienza dell’intero. Ovvero, la riflessione filosofica assume come evidenza primariamente immediata l’esistenza del mondo. Infatti, nel senso comune e nel punto di partenza di ogni discorso razionale, la filosofia si esprime in giudizi di sintesi, quindi, in una concezione non più analitica del tutto. La concezione filosofica della sintesi del reale presuppone in colui che intenda pensare filosoficamente sull’essere una capacità di contemplare l’intero anziché una capacità di analizzare una determinazione del tutto. Ma ciò non significa che il nucleo veritativo di senso comune escluda l’approccio antropologico al mondo e tutto ciò che riguarda l’uomo. Infatti, il rapporto privilegiato con “il tutto” è proprio quel rapporto di cui l’io fa esperienza e che conosce a partire dal mondo. Il problema dell’intero è, pertanto, formalizzato nella sintesi del reale mediante il giudizio indicale dell’esistenza secondo il senso comune. Quindi, la filosofia nella sua funzione sociale offre alla coscienza un testo filosofico di sintesi del reale e del rapporto privilegiato che l’io ha con “il tutto” quando l’io si mette in sintonia con la verità dell’intero.
          Questo pregevole lavoro dello studioso Antonio Livi riesce, appunto, a farci incamminare verso percorsi conoscitivi di più sicura certezza epistemica.