Antonio LIVI, Metafisica e senso comune. Sullo statuto
epistemologico della filosofia prima, Casa editrice Leonardo da Vinci
(Annuario di logica aletica, n. 6), Roma 2007, pp. 194
Nell’ambito dell’Annuario di logica aletica, pubblicato dall’editrice
Leonardo da Vinci, si poteva finora avvertire l’assenza di una riflessione
sistematica sullo statuto epistemologico della filosofia prima. Se difatti la
logica aletica si attiva sulla base dell’esigenza (rilevata a suo tempo già da
Agostino) di considerare e valutare ogni discorso non solo sotto l’aspetto
puramente formale ma anche e soprattutto dal punto di vista materiale,
risulterebbe paradossale che essa venisse meno a questo suo compito quando il
discorso in questione è addirittura quello che si potrebbe definire “il discorso
dei discorsi”, ovvero la riflessione critica che ha per oggetto i fondamenti di
ogni sapere, le basi di ogni costruzione intellettuale. Il riferimento,
evidentemente, è alla metafisica, autentica natura della filosofia: a differenza
delle altre scienze, che allargano il campo del sapere a settori particolari
della conoscenza, essa si dirige in profondità nelle sue pieghe più riposte; al
tempo stesso, mentre gli altri saperi coltivano aree altamente specializzate e
sempre più lontane dall’intero dell’esperienza, essa proprio a questo si dedica,
al modo di una critica del sapere comune. Riflettere su se stessa risulta
allora necessario per la metafisica: con la strumentazione concettuale fornita
dalla logica aletica, essa deve chiarire non solo i fondamenti di tutti i
discorsi, ma anche il proprio stesso statuto epistemologico: le condizioni e le
garanzie del suo corretto svolgimento, ovvero della sua realizzazione come
discorso vero. Che poi questo compito, che emerge dall’intreccio di
metafisica e gnoseologia, risulti doveroso e attuale, lo si può cogliere
immediatamente non appena si consideri che esso richiama l’impostazione kantiana
del problema (“se la metafisica può essere scienza”), impostazione decisiva e
ineludibile per chiunque da allora in poi voglia occuparsi di metafisica.
Antonio Livi si è proposto di fare proprio questo nell’ambito della monografia
che presentiamo. Sin dalla prima pagina, emerge con chiarezza (con la limpidezza
del dettato e la sistematicità delle argomentazioni che ne contraddistinguono
l’esposizione) che svolgere questo compito significa focalizzare l’attenzione
sulla metafisica intesa come critica (livello formale) dell’esperienza
originaria (livello materiale). Difatti, se è vero che chiedersi se la
metafisica possa effettivamente realizzarsi come scienza significa tematizzare
la questione dei fondamenti della conoscenza – il “punto di partenza” del sapere
–, risulta evidente che è sulla conoscenza iniziale che va concentrata ogni
attenzione. Si tratta quindi di domandarsi se essa vada intesa unicamente come
“fenomenica” (“sensibile”) come pure se vada compresa secondo una metodologia
realistica o immanentistica. Per questo, l’autore evidenzia innanzitutto la
nozione rigorosamente logica (non meramente sociologica) di “senso comune”:
«l’insieme organico di quelle certezze fattuali che sono sempre e
necessariamente alla base di ogni altra possibile certezza, ossia di ogni altra
pretesa di verità dei giudizi, sia di esistenza che attributivi, da chiunque
siano formulati, indipendentemente dal “dove” e dal “quando”» (p. 7); poi
sostiene anche che «la dimensione metafisica della conoscenza è già presente,
sia pure implicitamente e senza alcuna forma di consapevolezza riflessa,
nell’esperienza originaria del mondo, dell’io e della relazione con gli altri
che fonda la moralità e la religione» (ibidem).
Tra i vari motivi di indubbio interesse che per l’attuale dibattito metafisico e
gnosologico può svolgere la ricerca che l’autore ha sintetizzato in questo
volume, riteniamo di particolare interesse soffermarci su quanto abbiamo appena
rilevato con le sue stesse parole. È del resto il tema di fondo di questo volume
e – così ci sembra di poter affermare – dell’intera ricerca che Antonio Livi sta
conducendo da ormai diversi decenni: lo statuto epistemologico della metafisica
come scienza in quanto fondato sull’esperienza primaria e universale, della
quale la metafisica altro non è che formalizzazione concettuale (si vedano i
capp. II e III, rispettivamente e significativamente intitolati: “Il senso
comune come punto di partenza della ricerca filosofica”, pp. 63-81, e “Il
linguaggio metafisico come formalizzazione del senso comune”, pp. 83-116). Si
tratta di considerare la metafisica presente sia al livello materiale
dell’esperienza originaria, come pure a quello formale della sua rigorizzazione
epistemica. Quando difatti si avvia la problematizzazione dell’intero
dell’esperienza (cfr pp. 45 ss.), non si può mancare di rilevarne una profonda
caratterizzazione metafisica. Termini e concetti come “io”, “cose”, “mondo” e
così via, tutti appartenenti all’esperienza originaria (immediata, spontanea),
se sottoposti a riflessione critica, generano appunto la metafisica, ma questo
proprio perché essi stessi sono eminentemente metafisici. Anche la domanda “che
cosa è?” introduce una questione tipicamente metafisica, l’accertamento
dell’essenza di una cosa. E che dire poi della verità stessa? Essa è
metafisica, giacché il rapporto tra l’affermazione e ciò che si afferma
passa attraverso la definizione dell’essenza della cosa di cui si parla e
l’asserzione del suo atto d’essere. La metafisica insomma risulta
onnipresente: in qualsivoglia forma di scienza, ovvero di conoscenza
rigorosamente fondata secondo una metodologia appropriata all’oggetto e
condivisa da una comunità di ricercatori, così come pure in ogni altra forma di
sapere che, in quanto tale, si sviluppa secondo una catena di argomentazioni a
partire da determinate affermazioni. Ogni volta che si afferma qualcosa, si
coniugano l’essenza (ciò che una cosa è) e la sua esistenza (il fatto che
quella cosa è). Ogni forma di sapere si sviluppa allora secondo modalità
metafisiche, per cui la metafisica svolge un ruolo fondativo nei confronti delle
altre scienze. Essa si occupa dei fondamenti del sapere, delle verità
fondamentali, non di quelle settoriali delle varie discipline che pongono a tema
solo parte della realtà e non quanto la riguarda nel suo complesso. La
metafisica è insomma il nucleo della filosofia, la quale può così dirsi
“sapienza” ben più che “scienza” e può interrogarsi su tutto, anzi circa il
tutto: non preoccupandosi di conoscere le singole cose quanto piuttosto
tutte le cose nel loro insieme, non limitandosi a una critica rigorosa di
ciascun aspetto particolare dell’esperienza ma applicandosi all’intero
dell’esperienza medesima. La metafisica è dunque sapienza, disposizione (virtù)
della mente a conseguire la verità, e, per l’appunto, non tutte le possibili
verità, di certo non quelle definibili “settoriali” ma quelle che si possono
considerare “fondamentali”, appunto le verità metafisiche e non quelle
modernamente dette “scientifiche”, le verità che attengono al fondamento di
tutte le cose e non quelle che concernono soltanto le cose stesse. La metafisica
è ricerca sistematica e rigorosa della verità. Per questo, essa cerca di
capire il fondamento, di capire la realtà fino in fondo, nella sua più
intima natura, senza fermarsi alla superficie. A tutto ciò che è soggetto al
flusso della storia e della mutevolezza, essa è interessata solo a patto di
scorgervi ciò che non muta, ciò che è stabile. Richiamando Aristotele e una sua
celebre distinzione, essa è un sapere propriamente teoretico e non
poietico, perché diretto esclusivamente a conoscere e non a costruire.
Proprio in questo risiede la sua grandezza, di essere teoresi pura, non utile ma
inutile. Quanto poi al valore di verità che ogni affermazione, anche se non
filosofica, ovvero anche se appartenente all’esperienza comune oppure alle altre
discipline scientifiche, necessariamente porta con sé, va detto che esso rinvia
al carattere fondativo della riflessione filosofica. Ogni scienza, quando si
realizza, afferma qualcosa di vero. Ebbene, quando questo accade, è perché è
stata rispettata la coerenza con il punto di partenza del sapere, con i
fondamenti di ogni discorso. Alla metafisica, e solo ad essa, tocca individuare
tali fondamenti e valutare l’effettiva coerenza che con essi registra lo
sviluppo dei vari saperi.
Secondo una siffatta impostazione, è dunque alla metafisica che compete la
critica dei saperi, anche di quelli specificamente filosofici, ai quali – come a
tutti gli altri, e anzi più che a tutti gli altri – è richiesta la coerenza con
la conoscenza fondamentale. Una prospettiva quale questa appena presentata
risulta allora di particolare interesse alla luce degli intrecci di gnoseologia
e metafisica che hanno abitato la riflessione filosofica moderna. Il confronto
critico, proprio quello notoriamente richiesto a gran voce da tali sviluppi, vi
trova piena accoglienza. Lo si può facilmente arguire dal fatto che questo
volume termini, a guisa di conclusione, con un capitolo dedicato appunto ai
“Confronti critici” (pp. 127-180) con alcune delle più importanti figure del
pensiero filosofico contemporaneo. Ma lo si può ancor meglio comprendere se –
come si è già sottolineato – dell’attualità di una siffatta impostazione si
considerano le ragioni propriamente filosofiche, ovvero di nascere in seno a un
dibattito sulla definizione della filosofia prima in rapporto al suo punto di
partenza, cosa che consente, anzi richiede, un dialogo con tutte le più
rilevanti linee di sviluppo della filosofia d’età moderna e postmoderna.
Roberto Di Ceglie
Pontificia Università Lateranense