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Recensione di
Markus Krienke
Con il suo
progetta di una “logica aletica” Antonio Livi si può annovera fra quei tentativi
‘dopo la modernità’ che si propongono di uscire dalle impasse a cui ha
condotto la logica classico-moderna: essa, basandosi su un’interpretazione
astratto-formalistica del principio di non-contraddizione, ha causato le
classiche ‘dicotomie’ moderne (tra soggetto ed oggetto, tra idea e realtà, tra
ragione e fede). Il concetto centrale del presente studio è il ‘senso comune’
che l’autore ricava dalla tradizione aristotelica, da un lato, e da una
ri-lettura critica della filosofia moderna (Pascal, Vico, Reid, Jacobi, Maritain,
Gilson, Fabro), dall’altro. L’assunto che il “senso comune” sia in grado di
ri-fondare epistemologicamente la metafisica dopo la sua distruzione moderna è
stato oggetto delle pubblicazioni precedenti dell’autore, alle quali Livi
rimanda nell’Introduzione (cfr. p.7-14); bensì costituisce anche lo scopo
dell’argomentazione della presente trattazione che l’autore si propone di
svolgere “con la massima chiarezza possibile” (cfr. p. 11).
Proponendo una «metafisica del senso comune» Livi ha in
mente ‘auto-chiarimento’ critico dei tentativi moderni e postmoderni che
pretendono di giustificare un «oltrepassamento» della metafisica, senza però
riuscirci in quanto non possono evitare di praticarla “materialmente” (cfr. p.
10), nel momento in cui non solo utilizzano parole di notevole spessore
metafisico (cfr. p. 22) ma trattano anche di questioni che riguardano il “senso”
e implicano giudizi di valore (cfr. p. 24). Queste rilevazioni inducono Livi a
sostenere che la metafisica è radicata su un’esperienza fondamentale
inestinguibile dell’uomo stesso, ossia sul senso comune. Il senso comune, così,
diventa il criterio e il metodo fondativo della metafisica stessa in quanto
«riflessione critica e sistematica sull’intero dell’esperienza» (cfr. p. 19).
Quest’accettazione iniziale lo pone, già a livello delle “premesse” (cfr. pp.
15-43), in contraddizione netta a tutte le concezioni che nella modernità
cercarono di fondare la filosofia in modo “scientifico”, ossia con il
pregiudizio “gnostico” nei confronti dell’esperienza “comune”, considerata come
“doxa” e “ingenuità” (cfr. p. 30). Nessuna scienza però, nemmeno la metafisica
in quanto scienza ‘prima’, si può epistemologicamente auto-fondare – questo
tentativo razionalistico di un «fondamento epistemico assoluto» (cfr. p. 40) ha
rivelato, dopo Hegel, la sua interna contraddittorietà. Il metodo di questo
programma è quello cartesiano del dubbio universale della ragione su tutto ciò
che non è la pura potenza del pensiero stesso (cfr. p. 42), tentativo che
caratterizza la filosofia moderna fino a Husserl e Gentile e che trova la sua
esplicazione più sistematica in Kant (cfr. pp. 39-41).
Il rifiuto di una metafisica costruita secondo
un’epistemologia razionalistica e la riscoperta di un’esperienza primordiale
pre-riflessiva (il senso comune) come presupposto della riflessione metafisica
(pp. 35 e 56) sembrano molto vicino ai tentativi post-moderni di superamento di
qualsiasi forma di filosofia “scientifica”. Ma Livi esclude subito questa
identificazione profilando il concetto aristotelico di metafisica cioè la
questione delle “cause prime” dell’intero dell’esperienza del senso comune,
ossia di tutto ciò che c’è, vale a dire dell’esperienza fondamentale dell’essere
in quanto tale (cfr. pp. 50-55). In quanto “scienza” del “senso comune”, la
metafisica è quindi non una forma deteriore di sapere, ma la tensione più
radicale verso gli ultimi “perché”; in questo senso, essa è strettamente
connessa a ciò che epistemologicamente è piuttosto un ne-scire, qualcosa
di inesauribile per il sapere quantitativo e perciò connesso alla dimensione del
“mistero” (cfr. pp. 54, 118 ss.). Con questo recupero della dimensione
“sapienziale” della filosofia Livi libera la metafisica dall’obbligo di dover
‘concorrere’ con le scienze basate epistemologicamente sulla logica astratta,
restituendola alla sua intenzione più propria. In questo modo, egli fa sì che il
‘limite’ che il senso comune apparentemente costituisce per la metafisica in
quanto scienza in realtà non sia un limite esteriore bensì il suo vero
fondamento interiore (cfr. pp. 47 e 51). Con altre parole, si può dire che il
problema e il destino al quale fu esposta la metafisica nella modernità fu il
concetto epistemologico di “scienza” e di “razionalità” proprio della modernità.
Il senso comune diventa così la vera e propria base epistemica della metafisica
in quanto ‘scienza’: «La filosofia è dunque la
scienza del “mondo”, ossia la scienza del reale in tutta la sua universalità.
Dalla prima certezza del “sensus communis” scaturisce la necessità di una
“scientia communis”, non potendo le “scientiae particulares”
rispondere alle esigenze di razionalità, alla problematicità che la nozione di
universo comporta» (p. 57; vedi anche p. 121). e dimensioni di “universalità”,
di “mondo” (non nel senso fisico, bensì di esperienza universale), insomma
l’intero, attinto attraverso la nozione universale di ‘essere’ (che è
accessibile non attraverso un’esperienza specifica ma attraverso l’«esperienza
in quanto tale») è dunque l’oggetto più proprio della metafisica (cfr. p. 59
ss.).
Dopo aver chiarito l’oggetto e il metodo specifico
della metafisica, Livi si concentra nel secondo capitolo sull’argomento del
“punto di partenza” di questa particolare ‘scienza’ (cfr. pp. 63-81). Avendo già
criticato la pretesa di quel cominciamento “da sé stesso” (Hegel) che
rappresenta l’ultima conseguenza di erigere la costruzione filosofica sulla
base dell’epistemologia moderna (cfr. p. 64), Livi si confronta con la tesi di
Aniceto Molinaro secondo la quale il cominciamento assoluto è la verità in
quanto tale, con la quale si identifica in ultima analisi la filosofia stessa (cfr.
pp. 68 ss.). Livi critica questa impostazione radicalmente anoetica della verità
ontologica, che sarebbe in certi versi la concezione contraria a Hegel: infatti
non viene distinto tra il piano logico e quello ontologico ossia tra le
rispettive “verità” (cfr. p. 70s.). Quindi, l’ “inizio” della filosofia come
metafisica del senso comune non si può trovare né in una realtà totalmente
dianoetica (Hegel) né in una puramente anoetica (Molinaro) bensì appunto
nell’esperienza concreta dalla quale solo si fanno derivare i primi principi per
induzione (cfr. p. 73). Si tratta quindi di un’«apprensione immediata» della
realtà (cfr. p. 75) che costituisce appunto il senso comune. La “certezza” di
quest’ultimo, a sua volta, si deve al fatto che è l’essere in atto stesso
che viene captato e per cui risulta la «presenza immediata» delle cose
reali nella percezione (con Fabro e contro Maritain; cfr. pp. 77 e 79).
Alla fine di questo capitolo, Livi può formulare, sulla
base di quanto detto, il compito della metafisica come scienza: esso consiste
nel formalizzare, ossia esprimere formalmente l’esperienza materiale del senso
comune (cfr. p. 80) – meccanismo che è oggetto del terzo capitolo (pp. 83-116).
Innanzitutto egli rivela che per San Tommaso tutto l’ordine riflessivo, comprese
le idee, è sempre di carattere secondario rispetto all’esperienza primaria ed
immediata della realtà stessa (pp. 86s.). L’unità di questa esperienza è
garantita, nonostante la molteplicità degli enti, dall’analogia dell’essere
grazie alla quale i giudizi singolari mantengono la stessa struttura dell’adaequatio
(pp. 88s.). Il legame tra gli enti nell’esperienza “onnicomprensiva” del mondo è
la causalità, che perciò non è una categoria della ragione bensì un fatto
dell’esperienza che costituisce il punto di partenza per la ricerca dell’ultima
causa o fondamento, ricerca che è il vero compito metafisico (cfr. pp. 90
sss.). Individuo, “verità dell’esperienza” e “senso del concreto” vengono così
rilevati come ulteriori concetti centrali della metafisica del senso comune,
concetti che esprimono nient’altro che la nozione aristotelico-tomistica di
“sostanza” (cfr. p. 93). Con questi concetti Livi giunge a indicare l’elemento
fondativo della sua metafisica del senso comune, ossia il primo “giudizio di
esistenza” che questa metafisica permette di rilevare: «“[c]’è un mondo di cose
in movimento” (esistenza e divenire di enti molteplici)» (cfr. p. 18).
Un ulteriore passo qualitativo, ossia un secondo
“giudizio di esistenza”, si compie considerando che l’esperienza che il soggetto
fa del proprio “io” non si lascia “oggettivare” in senso pieno, in quanto esso
non è solo fine dei suoi atti intenzionali, bensì anche sempre principio (pp.
96-99): «“Nel mondo ci sono io, che conosco il mondo” (emergenza del soggetto)»
(cfr. p. 18). Questa esperienza rientra perfettamente nell’insieme delle
certezze del senso comune in quanto è, da un lato, un’altrettanta “certezza
assoluta”, e rimane, dall’altro, sempre una realtà razionalmente inesauribile
(“mistero”). In questo senso, l’ “io” è, con uguale diritto, “sostanza”, e in
questo senso Livi rimanda alla tradizione filosofica antica e medievale che già
prima della modernità ha pienamente tematizzato la realtà dell’ “io” ossia della
“persona” (pp. 98 ss.). A queste considerazioni, Livi aggiunge due corollari
mostrando la posizione antitetica della filosofia moderna: nelle concezioni che
rigettano la prospettiva metafisica, cioè l’intimo nesso con il “senso comune”,
la persona degenera all’astratto “io” (cfr. p. 100), mentre da una comprensione
metafisica adeguata della personalità risulta anche la certezza metafisica
dell’immortalità dell’anima (pp. 101 ss.).
Il concetto di “personalità”, a questo punto, conduce
di per sé e direttamente alla prossima certezza metafisica, cioè
all’intersoggettività, espressa dal giudizio: «“Nel mondo ci sono degli altri,
simili a me” (cfr. p. analogia dei soggetti, intersoggettività)» (p. 18). Una
convivenza intersoggettiva riuscita si esprime, però, nella dimensione etica
comunemente condivisa (cfr. p. 102) che costituisce la quarta certezza dei
“giudizi di esistenza”: «“Il mio rapporto con gli altri e il rapporto degli
altri con me sono rapporti diversi da quelli fisici, perché presuppongono la
libertà e implicano la responsabilità” (cfr. p. esistenza di un ordine morale)»
(p. 18). La controprova di una adeguata teorizzazione dell’esperienza morale,
Livi la trova nel rispettivo concetto di “libertà”: essa deve essere trovata
nella stessa esperienza del senso comune; solo in tal modo può garantire la
moralità e la responsabilità nei rapporti morali (pp. 105 s.). Queste evidenze
trovano il loro compimento e l’ultima fondazione nella quinta evidenza che è
quella della teologia naturale che appunto perciò costituiva da sempre la parte
integrativa ed indispensabile di tutte le metafisiche pre-moderne: «“All’origine
del mondo, e come fondamento dell’ordine morale c’è un’Intelligenza creatrice,
che è anche Provvidenza e ultimo Fine” (esistenza di Dio)» (p. 18). Attraverso
l’interpretazione gilsoniana delle quinque viae di Tommaso d’Aquino (pp.
108-110), Livi evidenzia un’altra volta il meccanismo dell’argomentazione a
partire dal senso comune: qualsiasi “dimostrazione” di Dio presuppone sempre una
nozione comunemente condivisa di Dio (cfr. p. presupposto empirico-esistenziale)
che puoi è in grado di essere formalizzato attraverso la classica
“dimostrazione” (presupposto logico-trascendentale). La vera e propria
“certezza” di una tale prova deriva, però, come dice la metafisica del senso
comune, non dalla prova astratta bensì dall’esperienza religiosa concreta.
Quindi una tale “prova” non è mai realizzabile in una dimostrazione logica,
bensì solo attraverso l’esperienza ontologica degli enti reali (cfr. p. 112).
Ora, in quanto questa esperienza è un “giudizio di esistenza” del senso comune e
perciò dotata di inderogabile certezza, Livi evidenzia il carattere
necessariamente “religioso” di ogni metafisica, ossia l’impossibilità che una
metafisica si atteggi ad “atea” (cfr. pp. 111-116). Qualora una metafisica
favorisca un tale esito, sottomettendo il carattere religioso della metafisica
alla razionalità formale, essa tradisce la sua provenienza non dal ‘senso
comune’ bensì dall’epistemologia moderna (cfr. p. 114).
Per concludere l’esposizione della sua metafisica del
senso comune Livi la presenta, nel quarto capitolo, come una valida alternativa
nell’impasse della filosofia tra “razionalismo” e “scetticismo” (pp. 117-125),
grazie al luogo sistematico che essa riconosce al “mistero”: l’essere è
razionale (contro lo scetticismo) ma mai esauribile (contro il razionalismo).
Esattamente qui si trova il luogo sistematico dove Livi individua la “funzione
aletica” del senso comune, che consiste nell’«ancorare la verità del pensiero
alla costante e vigile coscienza del limite, che è anzitutto limite
dell’esperienza, e poi anche limite della critica o riflessione sull’esperienza»
(p. 124).
Nell’ultimo punto, Livi espone la sua teoria a dei «[c]onfronti
critici» (pp. 127-180), requisito indispensabile per realizzare la sua
intenzione di raggiungere lo scopo della «massima chiarezza nell’esposizione».
In confronto con la filosofia moderna di Cartesio, Kant, Gentile e Husserl, con
Bontadini e Severino e con i post-metafisici Wittgenstein, Heidegger, Habermas,
Gadamer e Vattimo, Livi sottolinea che la filosofia moderna ha oscurato il
«valore aletico dell’esperienza» (p. 137) in quanto ha premesso alla verità il
problema critico (cfr. p. 140). Esemplarmente, egli rifiuta anche la posizione
del “realismo critico” che cerca di ristabilire il realismo partendo dal metodo
critico di Cartesio e Kant (cfr. pp. 135-137). Perciò, una logica differente
com’è appunto quella “aletica” non contrappone a sua volta una tesi bensì un
metodo e cioè quello realistico del senso comune che verte sull’«evidenza
innegabile […] dell’esistenza delle cose» (p. 141). Così, egli ristabilisce il
nesso tra esperienza e metafisica (cfr. pp. 158 e 167), caratteristico della
metafisica antica e medievale e sciolto nella modernità. Sembra che questo nesso
sia il caratteristico della tradizione aristotelico-tommasiana nel momento in
cui viene riconosciuto non solo in Cartesio il distruttore di tale nesso, ma
viene inoltre ritenuto improponibile un ritorno a Parmenide in quanto quest’ultimo
nega la molteplicità reale dell’ente reale dichiarando l’unità dell’essere
erroneamente un’evidenza immediata (cfr. pp. 159 ss.).
Tra i pensatori del Novecento, unicamente
Wittgenstein e Heidegger vengono apprezzati perché lasciano spazio alla
possibilità della dimensione mistica al fondamento dell’esperienza dell’essere
(pp. 165 ss).
I pensatori post-metafisici quali Habermas o Vattimo
affrontano invece la “dissoluzione del sapere epistemico” e quindi l’esito del
nichilismo teoretico (cfr. pp. 167-171, 173-177)L’analisi di Livi rivela
lucidamente in che senso fu l’astratta dicotomia tra idealismo e realismo (cfr.
p. 136), tra soggettivismo e oggettivismo in quanto fondata su un concetto
astratto-scientifico del soggetto conoscente e dell’epistemologia scientifica,
che nella modernità ha condotto alla perdita di una prospettiva
filosofico-metafisica e cioè alla perdita della dimensione “sapienziale” della
filosofia, trasformando quest’ultima in una scienza astrattamente logica. La
cosiddetta “postmodernità” con gli esiti nichilistici ed atei, nella conseguenza
di questa interpretazione, non è il “superamento” della modernità bensì il
compimento di un tale approccio ‘razionalistico’. Per trovare una strada
alternativa a questo ‘destino’ della metafisica, Livi richiama giustamente la
dimensione aletica della filosofia e si rifà al modello aristotelico-tommasiano
della metafisica. La modernità viene accettata in quanto ci sono pensatori che –
per la loro dottrina del ‘senso comune’ – si oppongono al rigore con cui la
solita ‘linea’ di pensatori moderni ‘da Cartesio a Hegel’ realizza l’approccio
critico ed il dubbio metodico (Cartesio, Spinoza, Kant, Fichte, Schelling, Hegel).
Ma forse l’intuizione di Livi può anche servire a rivisitare e a rivalutare
questa stessa ‘linea’ – dato che proprio gli autori moderni da lui proposti
condividono in parte l’approccio moderno rifiutandone una forzatura unilaterale
(lo stesso Vico, come anche Reid e Rosmini). Così è stato proprio Rosmini stesso
ad elaborare una possibile conciliazione tra «senso comune» e «approccio
trascendentale» (vedi il Nuovo Saggio) e di integrarla nella sua
metafisica (vedi la Teosofia). Quel che questi autori tentano di
rivalutare è proprio l’importanza costituiva della prospettiva soggettiva per
qualsiasi esperienza umana e per la certezza di questa esperienza. In quanto
Livi parla proprio della “certezza” dei cinque “giudizi di esistenza” come prima
evidenza di ogni esperienza metafisica del «senso comune», ci si può chiedere se
questo aspetto della “certezza” non abbia una componente irriducibilmente
soggettiva (non soggettivistica o individualistica). In questo senso, un
ulteriore dialogo con il pensiero moderno potrebbe scoprire anche negli autori
moderni degli approcci positivi e delle possibilità di un nuovo dialogo con
l’intenzione della «filosofia del senso comune».
Così, la dottrina del senso comune che Livi ha
sviluppato in tanti suoi scritti, viene scoperta, non a caso, da altri autori
moderni che sottolineano la complessità dell’esperienza reale del soggetto, che
non è riducibile ai parametri della “critica” e della “scientificità”. In questo
senso, essa è in grado di rilevare i limiti costitutivi del paradigma moderno e
di relativizzarlo proprio nel contesto della discussione della tarda modernità
in quanto quest’ultima è in cerca di possibilità per l’uomo di aprirsi da una
soggettività astratta e solipsistica alla ricchezza della Lebenswelt,
costituita dalla triplice relazionalità al sé, agli altri e a Dio. Livi dimostra
come in questo tentativo soprattutto gli autori cristiani del medioevo possono
fornire un notevole aiuto in quanto non hanno teorizzato un netto contrasto tra
‘senso’ ed ‘intelletto’ bensì un’affinità naturale. Così, la seguente citazione
di San Tommaso potrebbe essere estratta anche da un autore contemporaneo:
“Siccome il senso fisico ha una certa conoscenza dell’oggetto sensibile
corrispondente, non è strano che il linguaggio usuale usi il verbo ‘sentire’ per
indicare anche la conoscenza intellettuale”.
Proprio la chiarezza e la determinazione con cui Livi
presenta le sue tesi nel libro analizzato sono due pregi importantissimi per
qualsiasi confronto filosofico ed intellettuale. Livi è riuscito ad enucleare
dal discorso filosofico moderno una linea che conserva l’approccio realistico
medievale e che ora, dopo la modernità, trova di nuovo lo spazio filosofico per
poter svilupparsi. Anche se questa prospettiva tendenzialmente non incentiva di
considerare altresì gli aspetti costruttivi negli autori rifiutati del
“soggettivismo” moderno, offe tanti spunti per un nuovo e costruttivo dialogo.
Come uno dei principali interlocutori in questo dialogo si rivela la filosofia
analitica, in quanto la logica formale di quest’ultima, incapace di una
autofondazione dall’interno di sé stessa, si fonda su delle evidenze derivanti
da un sapere di tipo “aletico”. Livi allude indirettamente a questo dialogo
promettente (cfr. p. 13, nota), rimandando ad altri suoi studi sul senso comune,
ma fornisce anche delle prospettive concrete per l’attuale dibattito
filosofico, che grazie a questo suo ultimo lavoro si trova senz’altro
arricchito.

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