CASA EDITRICE LEONARDO DA VINCI
Roberto Di Ceglie: La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte


Recensione di Flavia Silli

        Questo saggio si può definire una lucida e articolata opera di ricostruzione del cammino che la filosofia del senso comune ha compiuto in Italia nel corso degli ultimi quindici anni, a partire cioè da quando apparve il libro intitolato appunto Filosofia del senso comune di Antonio Livi. Nella prima parte Roberto Di Ceglie svolge un’accurata analisi della teoria del senso comune, focalizzandosi sul «realismo metodico» di Etienne Gilson e sulla «sintesi ragionata» di Antonio Livi. Un’attenzione particolare viene riservata tanto alle prospettive aperte dalla filosofia del senso comune sulla quaestio de veritate (in alternativa alle “derive” del pensiero debole e del relativismo), quanto alla “riproposizione” della metafisica dell’esistenza, (in opposizione rispettivamente alle ontologie razionalistiche e alle tendenze anti-metafisiche dello scetticismo). Nella seconda parte viene descritto l’ampio e fecondo “dibattito” – che ha coinvolto importanti studiosi italiani – su alcuni nuclei tematici della filosofia del senso comune: dal significato di quest’ultimo, alla questione del “punto di partenza” dell’“amore per il sapere”, alle controversie sull’inferenza teologica.
        Da segnalare, l’approfondita indagine dell’autore sugli effetti dell’abbandono – da Cartesio in poi – del realismo della tradizione aristotelico-tomistica. Come acutamente evidenziato da Gilson al quale l’autore si richiama, l’apertura naturale e spontanea dell’intelligenza alla realtà rappresenta l’unico possibile metodo della conoscenza filosofica e anche l’approccio originario della philo-sophia classica e cristiana. Esso «consente alla filosofia di partire dall’esperienza universale (pre-filosofica) dell’uomo, dalla sua innegabile certezza riguardante l’esistenza delle cose, del mondo e di sé». Questa esperienza immediata dell’essere degli enti (“Res sunt”) è il fondamento di ogni sapere e prima certezza del senso comune dalla quale la riflessione filosofica non può prescindere, se non vuole “cadere” nell’immanentismo idealistico, in forme gnostiche di ontologismo o ancora, nel relativismo scettico contemporaneo. È significativo il nesso – evidenziato da Di Ceglie – tra il disconoscimento dell’essere delle cose preesistenti al pensiero e la pretesa auto-fondativa della filosofia moderna, incapace di accettare la propria dipendenza da “altro da sé”.
        La meraviglia degli antichi di fronte alla realtà delle cose – identificata da Aristotele come il movente stesso dell’indagine filosofica – sarebbe inconcepibile senza la consapevolezza immediata che esiste qualcosa da conoscere e che questo qualcosa è intelligibile. Il paradosso delle filosofie anti-realiste è che i loro fautori dubitino – come filosofi – della certezza immediata dell’esistenza delle cose (primo giudizio del senso comune) ma – come uomini – ne facciano costantemente esperienza. Sussiste infatti in tutti gli uomini la spontanea convinzione che le cose esistano indipendentemente dall’intelletto e che sia la conoscenza a essere giudicata a partire dalle cose, non il contrario. Il rifiuto dell’intenzionalità che lega il pensiero alle cose ha determinato da un lato, la progressiva estraniazione della metafisica dal “concreto”, dal fondamento aletico degli enti che è il loro actus essendi, e dall’altro il disconoscimento di un punto di partenza pre-filosofico del sapere: la prima evidenza della speculazione non è mai un “pensiero vuoto” alla maniera di Descartes, ma l’esistenza delle cose che precede l’attività riflessiva. Come sottolinea l’autore del saggio la filosofia, abbandonando il realismo originario, «ha sostituito la metafisica con la gnoseologia, l’essere con il pensiero, l’esperienza con la critica, il senso comune con la dimostrazione scientifica. Si è così perduto il primato logico delle proposizioni esistenziali [...] rispetto alle proposizioni predicative [...]». Per questa ragione è una sfida fondamentale per la filosofia contemporanea salvaguardare lo statuto epistemologico del senso comune, difenderne l’assoluto valore di “punto di partenza” del sapere universale contro tutti gli attributi dispregiativi di conoscenza “ordinaria”, “ingenua” o “ovvia”. Le cinque certezze del senso comune – “basamento” su cui poggia l’intero edificio filosofico – non costituiscono soltanto la premessa universale di coerenza logica per ogni forma di conoscenza, ma sono anche il fondamento aletico del sapere stesso, capace di garantire al sapere un criterio indubitabile di verità. «La prospettiva realistica esaltata dalla teoria del senso comune – ribadisce l’autore del saggio – si caratterizza per la pari estraneità a forme di chiusura ideologica e nel contempo di “debolismo” del pensiero, perché esige ed esalta il confronto dialettico non finalizzandolo a se stesso ma alla ricerca della verità: questa difatti va conseguita nel dialogo tra le diverse posizioni nella consapevolezza che tutte sono intenzionate all’oggetto da conoscere e che dal loro reciproco confronto deriva la possibilità di appurare quale di esse risulti più vera, più adeguata all’oggetto stesso».
        Come evidenziato da Roberto Di Ceglie, la quaestio de veritate rappresenta uno dei «guadagni speculativi» più apprezzabili della filosofia del senso comune dato che essa intende chiarire i fondamenti gnoseologici della metafisica, e di conseguenza le possibilità e i limiti del sapere. Le verità di fondo – colte originariamente ed empiricamente da ogni essere umano – non possono essere superate dalla riflessione, ma sono semmai le premesse indispensabili dalle quali la riflessione deve partire, un efficace «antidoto» a tutte le tentazioni gnostiche della filosofia. Anche la nozione di metafisica, da intendere come riconoscimento immediato della dimensione dell’essenza e di quella dell’esistenza, della potenza e dell’atto, così come della sostanza e degli accidenti, appartiene all’esperienza universale e spontanea delle cose prima ancora che alla speculazione filosofica in senso proprio. Il disprezzo verso il senso comune, giudicato come atteggiamento “ingenuo” o “naturalistico” accomuna sia il razionalismo che lo scetticismo: entrambi attribuiscono credibilità solo a quella conoscenza che si fonda su certezze di natura dimostrativa e non immediata ed esistenziale come nel caso del senso comune. È degna di nota l’individuazione – da parte dell’autore del saggio – di una comune radice che alimenta questi due approcci filosofici apparentemente così distanti tra loro: entrambi, pur pervenendo a esiti per certi versi opposti, fioriscono sul medesimo terreno della rottura epistemologica della filosofia con il senso comune. Mentre nel caso del razionalismo la pretesa della filosofia all’autofondazione impedisce il riconoscimento del senso comune come limite costitutivo della ragione, nel caso invece dello scetticismo alle certezze primarie viene negata credibilità, sulla base di una sfiducia nelle potenzialità dei principia indemostrabilia. Nel saggio viene configurato un nesso di derivazione di quest’ultimo dal primo: la genesi dello scetticismo metafisico di gran parte della filosofia contemporanea si spiega come una violenta reazione allo gnosticismo razionalistico. La preferenza accordata al termine “ontologia” nella filosofia moderna esprime compiutamente il progressivo “scivolamento” della metafisica verso una «scienza dell’essere integralmente disesistenzializzato».
        Dalla lettura di quest’opera risulta pertanto evidente l’efficace contributo che la filosofia del senso comune fornisce alla corretta ridefinizione della metafisica nei termini di scienza dell’essere a partire dall’actus essendi degli enti, cosa che consente alle pure essenze di “essere” e dunque di potersi porre come oggetti del pensiero; non più dunque una “nozione” astratta, associata a quanto di più elitario si possa immaginare, ma un “patrimonio” del senso comune e una vera e propria “filosofia prima”, che indaga sui fondamenti della realtà.
        Un altro tema di dibattito molto interessante presentato in questo saggio è quello relativo all’inclusione dell’inferenza teologica tra i giudizi che costituiscono il senso comune. La resistenza di molti studiosi italiani (Francesco Botturi, Vittorio Possenti, Pier Paolo Ottonello) ad accogliere tra le certezze primarie e immediate quella riguardante l’esistenza di Dio, “in-evidente” per eccellenza, dipende dalla peculiarità di questo giudizio, formulato attraverso una conoscenza “mediata” del Creatore. In realtà – come dimostra persuasivamente Roberto Di Ceglie – i giudizi esistenziali che precedono quello relativo all’esistenza di Dio, comportano del tutto naturalmente che dalla contingenza delle cose del mondo si compia un’inferenza spontanea all’Ipsum esse subsistens: «Prima ancora che si passi al piano della speculazione filosofica e delle dimostrazioni razionali, gli uomini sanno già che esiste un principio e fine di tutte le cose». Lo sanno attraverso quei preambula fidei o conoscenze pre-riflesse, di competenza del senso comune, che sono indispensabili per l’assenso di fede. La filosofia presentata da Roberto Di Ceglie getta quindi una nuova luce sulla questione – intimamente legata alla legittimazione della metafisica e discriminata dalla modernità – della teologia naturale. Il senso comune, presupposto del sapere non guadagnato dialetticamente o tramite dimostrazione, apporta infatti un contributo essenziale al corretto approccio del rapporto tra ragione e fede: «consente di cogliere adeguatamente il dato naturale dell’esistenza di Dio, che certo non riguarda di per sé la fede cristiana ma che comunque ne è necessario fondamento: se Dio non esiste, neanche è possibile la Sua Rivelazione».

Flavia Silli