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Recensione di Roberto di Ceglie
Antonio Livi, ordinario di Filosofia della conoscenza e decano della Facoltà di
Filosofia nella Pontificia Università Lateranense, delinea nel presente volume i
fondamenti razionali dell'atto di fede nella Rivelazione cristiana. Questo
compito è concisamente presentato nella quarta di copertina: "Se la fede di un
cristiano consiste nel sapere che in Dio ci sono tre Persone uguali e distinte e
che il Verbo si è fatto carne (sono i due principali 'misteri della fede'), come
fa il credente a sapere che la sua credenza è fondata?". L'oggetto dell'indagine
così dichiarato mostra da subito e inequivocabilmente che la ricerca in
questione (della quale è appena uscita negli Stati Uniti d'America una versione
ampliata in lingua inglese: Reasons for Believing. On the Rationality of
Christian Faith, The Davies Group, Aurora, Col. 2005) non ha nulla in comune con
i numerosi tentativi intellettualistici di evacuazione del mistero rivelato
documentati dalla storia della filosofia soprattutto in età moderna e
contemporanea. Difatti, sin dalla precisazione appena riportata, l'Autore da un
lato mostra di considerare razionalmente intangibile il dato rivelato, e si pone
così contro ogni razionalismo; dall'altro, sottolinea di ritenere razionalmente
fondato e quindi indagabile l'assenso al suddetto dato rivelato. L'assenso,
difatti, essendo atto della mente, quindi sostanziato di ragione e di volontà, è
libero e responsabile, e dunque dotato di un preciso profilo razionale; e la
fede non può pensarsi in termini di "salto nel vuoto" e di gesto "del cuore",
nozioni che risultano prive sia di fondamenti veritativi che di una corretta
comprensione del nesso libertà-verità: un atto davvero libero, infatti, non può
che fondarsi nella verità.
Senza sconfinare nel campo proprio alla teologia, l'opera costituisce
un'indagine di filosofia della conoscenza, e non si limita all'atto di fede
nella rivelazione cristiana, poiché la dinamica di razionalità e di
soprannaturalità che esso comporta richiede una indagine previa intorno alla
conoscenza naturale di Dio, indagine nella quale l'Autore combina proficuamente
elementi di filosofia della religione e di teologia naturale. Veniamo dunque
all'articolazione del testo.
Un'ampia premessa è
dedicata dunque al tema della conoscenza naturale di Dio, ove per "naturale" si
intende non tanto il riferimento al percorso razionale col quale l'indagine
filosofica fa luce su determinate certezze circa l'esistenza di Dio e dei suoi
attributi, quanto invece la certezza di senso comune, di carattere spontaneo,
pre-scientifico e dunque universale, per cui ogni uomo, sulla base delle nozioni
di essere delle cose e di causa, risale dal mondo a Dio, dall'insieme delle cose
e dei fatti di cui ha esperienza alla loro Causa, che si rivela perciò
spontaneamente Principio e Fine di tutto. Dell'esistenza di Dio difatti non è
possibile alcuna dimostrazione in sede razionale se non al modo di un'esplicitazione
della certezza - spontanea e presupposta a ogni dimostrazione - di cui abbiamo
appena detto, e di cui vi è traccia esemplificatrice (ne citiamo una per tutte)
nel procedimento adottato da Tommaso d'Aquino nel caso delle "quinque viae".
Anche se l'Autore non la chiama esplicitamente così, ci pare del tutto
congruente con la sua impostazione definire l'esistenza di Dio un "mistero
naturale"; e ci pare inoltre opportuno estendere questa definizione anche alle
altre certezze che l'Autore ha denominato di "senso comune": l'esistenza delle
cose, dell'io, della libertà. Sono certezze universali, fondamento ineludibile
di ogni ulteriore riflessione. L'Autore le ha definite così per ricomprendere
adeguatamente il più profondo significato del realismo classico a confronto con
l'attitudine razionalistica moderna nata dal "cogito" cartesiano, contro la
quale, appunto, si è parlato per la prima volta, di "senso comune", pur senza
averlo colto nella sua più autentica valenza di radicamento razionale del
realismo, come invece ha fatto Livi nel corso di molti volumi dedicati
all'argomento, sulla scorta dell'insegnamento storiografico e teoretico di
Étienne Gilson. Ora, a nostro avviso, tali certezze sono "mistero" perché
all'effettiva e inoppugnabile evidenza della loro autenticità si coniuga
l'impossibilità - dato il loro carattere di "principio" - di poterle dedurre da
altro, così come, analogamente, dei contenuti del mistero sovrannaturale della
Rivelazione va detto che la loro verità è assoluta nell'ambito della fede anche
se essi non risultano suscettibili di alcuna indagine, proprio perché
"principio" della stessa teologia come scienza della fede.
Nel più autentico spirito della
tradizione filosofica e teologica cristiana, l'Autore segue dunque l'adagio
medioevale e tipicamente tommasiano secondo cui "gratia non tollit naturam sed
perficit". Infatti, come si è appena sottolineato, prima di indagare l'atto di
fede cristiana, egli svolge un percorso di teologia naturale teso a mostrare che
la religione in genere si fonda sulla certezza dell'esistenza di Dio. E svolge
parimenti un'indagine di filosofia della religione laddove mostra che tale
certezza si intreccia con l'altrettanto universale "esperienza religiosa", da
intendersi come "la consapevolezza del mistero, dell'inadeguatezza costitutiva
della ragione nei confronti della Trascendenza", e il cui nucleo "è costituito
dall'intuizione che il mondo è creato e governato da un Dio personale, al quale
ci si può e ci si deve rivolgere con il culto". Da qui possiamo cogliere una
sottesa definizione di "religione", come atteggiamento individuale o collettivo
che sorge dalla convinzione che la realtà fa capo a un principio personale al
quale bisogna perciò rivolgere doverosi atti di culto accompagnati da una
adeguata condotta pratica. Da tale esperienza religiosa (di "senso comune")
sorgono sia le religioni positive che la ricerca razionale su Dio o teologia
filosofica.
Svolta questa impegnativa
premessa sulla conoscenza naturale di Dio, il volume analizza nel primo capitolo
le diverse forme di fede. Si afferma a ragione l'autentica validità della
conoscenza indiretta per testimonianza o "fede", da distinguere dalla conoscenza
diretta (che avviene a sua volta sia in forma immediata, nel caso
dell'esperienza irriflessa, sia in forma mediata, nel caso del ragionamento e
quindi del sapere dimostrativo). Alcuni oggetti di conoscenza non sono difatti
raggiungibili se non attraverso questo tipo di sapere (ed escluderli dal novero
delle cose conoscibili, come spesso è accaduto nella filosofia moderna,
significherebbe adeguare la realtà al pensiero anziché il contrario): è il caso
della conoscenza storica così come di quella dell'interiorità personale che è
oggetto della psicologia. E anche il caso della conoscenza dei fatti storici
fondativi della fede cristiana ai quali è specificamente dedicato il secondo
capitolo. La fede cristiana difatti è un sapere che si basa sulla testimonianza
degli apostoli. Dunque è tale testimonianza, e solo essa, che va indagata per
accertare l'effettiva credibilità della rivelazione. E questo è il primo passo
da compiere: "la fede divina (credere a Dio che si rivela in Gesù) presuppone
necessariamente la fede umana (credere agli apostoli che hanno visto Gesù
risuscitato e sono stati con lui per quaranta giorni)".
Nell'ultimo capitolo, dedicato
alle dimensioni razionali della fede nella rivelazione divina, si prendono in
considerazione i "praeambula fidei" e i "motivi di credibilità", ossia le
presupposizioni di carattere logico-metafisico e le ragioni di ordine
storico-empirico che fondano la credibilità della testimonianza degli apostoli.
Assume allora grande rilievo il tema della libertà e del merito connesso
all'atto di fede: la fondatezza razionale della fede che risulta dalle analisi
in questione potrebbe apparire inversamente proporzionale alla libertà della
stessa. Ciò però - si noti -solo se si equivoca sulla nozione di libertà.
Sebbene l'Autore non vi si soffermi distesamente, egli fornisce in vari luoghi
tutti gli elementi per una adeguata riflessione in merito. Se la libertà non si
realizza nella scelta indifferente per il bene o il male, per il vero o il
falso, ma sempre per il bene e il vero, essa non può che comportare tutta
l'attenzione possibile all'accertamento della verità, e la conseguente scelta di
adesione a ciò che è vero e bene. La fede nella Rivelazione è libera nella
misura in cui la verità del dato rivelato è cercata e compresa, quindi non
pregiudizialmente affossata. Ciò comporta un merito ben preciso, come sottolinea
l'Autore, proprio perché la fede appare così basata su un atto di libertà, "che
implica naturalmente responsabilità, per cui la fede è moralmente meritoria e
l'ostinazione a non voler credere può essere moralmente colpevole" (p. 84).
La "razionalità
della fede" non comporta dunque nessun determinismo, come invece, in tempi di
scetticismo e di fideismo diffusi, il solo uso ditale locuzione induce alcuni a
pensare. Considerarla adeguatamente - cosa che fa questo volume - costituisce
anzi la condizione per preservarne i contenuti dal razionalismo così come dal
fideismo, perché il dato soprannaturale (ciò che si crede) non è indagato, e
perché l'oggetto di indagine (le ragioni per le quali si crede) viene affrontato
nella prospettiva della conoscenza indiretta, e non in quella diretta immediata
(universalmente applicata dal fideismo) né in quella diretta mediata
(universalmente applicata dal razionalismo). Infine, una razionalità della fede
così compresa permette, per il suo fondamentale rilievo della dinamica
suaccennata tra fede divina (in Gesù) e fede umana (negli apostoli che parlano
di Gesù), di evidenziarne la crucialità del carattere cristocentrico, come
l'Autore sottolinea citando Tommaso d'Aquino: "Credo quidquid dixit Dei Filius:
nihil hoc verbo veritatis verius" (p. 56).

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