ANTONIO LIVI
STORIA SOCIALE DELLA FILOSOFIA

Vol I, La filosofia antica e medioevale


 

Società Editrice Dante Alighieri,  Roma 2004, Vol. I, pp. 409, € 16,89

Piano dell' opera

LA PRESENTAZIONE
Il titolo di questo nuovo testo di Filosofia per il triennio finale della scuola media superiore, così diverso dal titolo di quello precedentemente pubblicato preso la medesima casa editrice (La filosofia e la sua storia, 3 volumi, Roma 1997-2000) risponde a una sostanziale diversità – non solo di impostazione ma anche di contenuto – rispetto al precedente, del quale peraltro conserva i criteri teoretici e didattici di base, che si sono dimostrati validi, come attestano le dichiarazioni di tanti colleghi che più avanti riporto. L’intenzione sincera di avvalermi dei consigli dei colleghi dopo qualche anno di sperimentazione del primo manuale di Filosofia per i licei ha fatto sì che sia giunto il momento di mettere nelle loro mani un’opera radicalmente ripensata e notevolmente diversa nella struttura, che adesso adotta  il metodo modulare. In questa revisione e ristrutturazione ho avuto modo di applicare i criteri didattici che mi sono stati consigliati dagli insegnanti, criteri che ora sono esposti e illustrati in forma programmatica in questa Guida didattica.
L’opera che ora viene offerta agli insegnanti e agli studenti della scuola secondaria superiore italiana appare ed è del tutto nuova: della prima edizione restano solo i criteri di base, primo tra i quali l’impegno di favorire davvero, attraverso il discorso storico, l’interesse degli studenti per gli argomenti propriamente filosofici e l’inizio di una loro personale riflessione sull’esperienza tutta intera: una riflessione, cioè, che non si limiti all’introspezione intimistica, come accade di solito nell’adolescenza e nella prima giovinezza, ma si estenda alle relazioni familiari e sociali per valutarle in base a criteri di verità e di giustizia, alla luce della differenza che ogni giovane può cogliere, se opportunamente educato alla critica, tra le certezze del senso comune e le ipotesi della scienza, tra i principi dell’etica e le opinabili applicazioni della prassi politica.

 

I CRITERI DIDATTICI

 

Didattica della filosofia attraverso la storia

 

Uno dei criteri didattici già adottato nel precedente manuale era appunto l’impostazione storiografica. Il titolo dell’opera precedente riprendeva testualmente un’espressione coniata da Henri Gouhier per sintetizzare il metodo adottato dal grande storico della filosofia Étienne Gilson. Mi avvalevo di questa espressione anzitutto per riconoscere il mio debito culturale nei confronti della scuola di Gilson, ma poi anche perché con questo titolo veniva esplicitamente dichiarato l’intento dell’opera, che mirava a fare di un corso di storia della filosofia uno strumento didattico per l’insegnamento della filosofia in sé. Questo obiettivo di fondo accomuna il manuale  precedente a quello che  adesso vede la luce; è un obiettivo che corrisponde agli orientamenti più recenti della didattica della filosofia nella scuola secondaria superiore italiana, e probabilmente corrisponde anche agli intendimenti più profondi di Giovanni Gentile, il filosofo che negli Anni Venti, nel quadro di una sua più generale riforma della scuola, introdusse il metodo storico per l’insegnamento della filosofia nei licei, al posto del metodo teoretico-sistematico fino allora adottato in Italia e che negli altri Paesi europei continuò a essere preferito. Per insegnare la filosofia, insomma, se ne fa la storia, mostrando quando, dove e come la filosofia è nata, e poi come e perché ha prodotto tanti diversi sistemi dottrinali e ha condotto a tante tesi contrapposte.
    Tale metodo – insegnare filosofia attraverso la sua storia – è notoriamente arduo e non esente da rischi. È arduo, anzitutto, perché nessun sistema filosofico, nessuna idea concepita dai filosofi può essere facilmente sintetizzata e divulgata, se si vogliono rispettare le intenzioni e i risultati teoretici degli autori; oltretutto, trattandosi di una esposizione rivolta a chi deve introdursi alla filosofia, manca anche la necessaria familiarità con la terminologia e con il metodo propri del discorso filosofico. I rischi, poi, sono ben noti: l’insegnamento della filosofia attraverso la storia può ingenerare (come in effetti è accaduto spesso in Italia dopo la riforma Gentile) una svalutazione della filosofia stessa attraverso altrettante conclusioni di tipo storicistico, relativistico o addirittura scettico.

Un insegnante di filosofia, come anche gli autori di manuali di filosofia per le scuole superiori, deve conoscere queste difficoltà e questi rischi, ma la strada da percorrere è obbligata, ed è meglio percorrerla cercando di arrivare a qualche buon risultato, piuttosto che vagheggiare altre strade (quale ad esempio una controriforma della scuola che riporti nei licei italiani l’insegnamento della filosofia per trattati come era prima della riforma Gentile).

Del resto, molti sono convinti, in piena autonomia di giudizio, del vantaggio pedagogico di un insegnamento della filosofia che parta dall’esposizione critica della storia della filosofia. Essi si rifanno all’autorità di Aristotele, che introduce ai grandi temi della “filosofia prima” esponendo le vicende della metafisica dalle origini fino ai suoi immediati maestri; e si rifanno anche alla convincente argomentazione di Kant, il quale ha spiegato che non si può insegnare una filosofia, ma si può insegnare a filosofare, e ciò è possibile solo attraverso l’esposizione critica delle dottrine già costituite. Filosofare, infatti, è riflettere sull’esperienza; ora, l’esperienza – soprattutto nel primissimo grado di riflessione, quale è richiesto a chi deve imparare – è costituita di conoscenze non solo personali e dirette ma anche e soprattutto sociali, culturali, storiche.

 

Perché una storia “sociale”?

 

La ragione dell’aggettivo “sociale” applicato al sostantivo “storia” in rapporto alla filosofia sta nel fatto che la filosofia è sempre una produzione sociale: essa è costituita infatti da diverse forme di dialogo (orale o per iscritto, con libri o lettere, con esposizioni sistematiche o discorsi poetici) che nascono dal contesto sociale e si avvalgono delle forme di comunicazione che la società del tempo mette a disposizione delle persone impegnate in questo dialogo (scuole private e pubbliche, istituzioni religiose e politiche, strumenti della comunicazione di massa). La filosofia è nata in ambienti religiosi, e sempre ha mantenuto un rapporto strettissimo (magari spesso polemico) con la religione. La filosofia inoltre ha sempre avuto di mira la propria presenza nella discussione dei problemi politici e spesso an che nelle istituzioni politiche.

       Sono convinto, pertanto, che la didattica della filosofia deve tener in conto molto seriamente la natura sociale della produzione filosofica, evitando di presentare le proposte teretiche in modo astratto, rendendole sostanzialmente incomprensibili, tanto da provocare quel disinteresse dei giovani, quell’ostinata resistenza al coninvolgimento personale, della quale si sentono oggi, nella scuola, tante lagnanze.

       Ma poi occorre anche tener conto della situazione cognitiva peculiare nella quale si trovano i giovani, che sono i destinatari dell’insegnamento scolastico. Potremmo caratterizzare questa situazione cognitiva come un processo sociale di acculturazione nel quale lo spirito critico si fa strada nel processo collettivo di  socializzazione come coscienza individuale di ciascuno. I giovani, riflettendo, si accorgono ben presto di essere immersi collettivamente in un processo storico di trasmissione della cultura che li va costruendo tutti allo stesso modo, se non cominciano a prendere le distanze, con il loro personale spirito critico, dalla cultura di massa nelle quali sono nati e stanno crescendo. Ma questo esercizio dello spirito critico personale inizia proprio dalla consapevolezza che il loro stesso linguaggio (sia pure adattato alle mode giovanili) e le loro valutazioni di ogni ordine (individuale, famigliare, sociale, politico, religioso) sono il risultato della storia del pensiero e della civiltà che ha determinato la loro prima educazione e ha selezionato le fonti di informazione e i mezzi di comunicazione cui hanno accesso. È evidente che, come prima fase della riflessione sull’esperienza del loro processo di acculturazione, i giovani dovranno essere aiutati a prendere coscienza dell’origine culturale – nella storia della filosofia – di quasi tutte le loro nozioni e convinzioni, procedendo poi a un graduale rilevamento dei fondamenti meta-culturali dell’esperienza, sulla base dei quali ciascuno disporrà degli strumenti critici per valutare, vagliare e assimilare consapevolmente (o rifiutare) quanto proposto dalla cultura nella quale si trovano a vivere.

 

I testi dei filosofi studiati

 

Non ho adottato il criterio (oggi assai di moda) di ampliare a dismisura lo spazio riservato ai testi dei filosofi con la riproduzione di brani cospicui delle loro opere. Si dice da parte di alcuni, che bisogna “far parlare gli autori stessi” invece di tentare una sintesi e una divulgazione del loro pensiero. Mi sembra un criterio alquanto retorico, e comunque utopistico. Gli studenti che si avviano allo studio della filosofia non sono in grado di affrontare direttamente, senza la mediazione della storia della filosofia, testi che propongono tematiche lontanissime dal loro mondo culturale e dalle loro esperienze, e per di più espresse con un linguaggio di altre epoche, oltre alla terminologia originale coniata da ciascun autore, che naturalmente richiede a sua volta accurate delucidazioni. I classici vanno letti, certamente, ma non in modo frammentario e sempre con una mediazione pedagogica che li renda intelligibili (i filosofi antichi debbono essere letti dagli studenti in traduzioni italiane sempre inevitabilmente discutibili e spesso oscurissime). Appesantire l’esposizione di un corso di storia della filosofia con un materiale antologico eccessivo può dare solo l’illusione di una maggiore “obiettività” (perché la scelta dei brani, la loro citazione fuori del contesto dell’opera e la traduzione sono altrettanti atti di interpretazione soggettiva): meglio riconoscere onestamente che l’insegnamento della storia della filosofia è una proposta teoretica, nella forma e nel contenuto, come i più recenti sviluppi dell’ermeneutica hanno sufficientemente dimostrato. Da tale proposta teoretica i destinatari non hanno nulla da temere: essa stessa contiene gli elementi di una critica, di una certa qual capacità iniziale di “far filosofia” in modo personale, adottando o respingendo i criteri che hanno ispirato la presentazione delle dottrine che si sono succedute nei secoli e che fanno parte della nostra storia, e quindi del nostro presente.

 

Il metodo del confronto con il senso comune

 

A parte l’aver rifiutato, come già detto, alcuni criteri che hanno ispirato altri manuali della medesima materia, quello che in positivo caratterizza la presente opera è l’intento di presentare la dialettica delle diverse posizioni filosofiche (spesso vivacemente contrapposte le une alle altre) all’interno della più fondamentale dialettica che vige tra la filosofia in generale e il senso comune. Il senso comune, nell’accezione tecnica introdotta dal Vico nel lessico filosofico italiano, è il complesso organico di certezze originarie che sottostanno a ogni sviluppo scientifico e precedono ogni riflessione critica, compresa la filosofia; altrove ho dimostrato l’esistenza e il ruolo determinante del senso comune e ho anche ricostruito le vicende storiche che hanno portato la filosofia moderna a dargli un nome e un’importanza filosofica riconosciuta: qui invece tenterò di operare un’interpretazione dell’intero processo di sviluppo storico della filosofia e di ciascun sistema filosofico sulla base, appunto, del rapporto con il senso comune. Interpretazione vorrà dire, chiaramente, traduzione, ossia lo sforzo di “leggere” e di valutare criticamente un discorso filosofico riconducendolo alle categorie di base della conoscenza immediata e certissima; dal confronto il lettore ricaverà, non solo un orientamento intellettuale per cogliere il significato e il senso di una dottrina, ma anche gli elementi di giudizio per riconoscere in quella dottrina un utile approfondimento della conoscenza della realtà, e non mero esercizio logico di ipotesi inverificabili o addirittura contraddittorie.

Se davvero l’impegno di presentare con questa “chiave di lettura” la storia della filosofia aiuterà gli studenti a ritrovare in sé la verità che ciascuno possiede (il senso comune), confrontandola criticamente con le diverse proposte di giustificazione e di sviluppo speculativo (la filosofia), il presente manuale avrà raggiunto lo scopo per il quale è stato compilato. La risposta, ovviamente, mi verrà dai colleghi che vorranno adottarlo e che ne saggeranno le valenze pedagogiche.

 

Questo manuale nelle prospettive di riforma della secondaria.

 

Le vicende relative alla filosofia, nel quadro delle riforme che gradualmente vanno cambiando il volto della scuola secondaria superiore, mi confermano nella convinzione che l’impianto che ho dato a questo corso di Filosofia – destinato principalmente a un avviamento al pensiero filosofico, ben oltre il nozionismo storiografico - è quello più confacente alle attuali esigenze della didattica. Si rilegga, in proposito, quando scrivevano Giovanni Reale e gli altri “saggi” incaricati dall’allora ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Berlinguer, di tracciare le linee programmatiche per l’estensione dell’insegnamento della Filosofia a tutti gli ordini di scuola secondaria superiore: «L’insegnamento della filosofia – positiva specificità della scuola italiana – non può venire esteso indiscriminatamente nella sua forma attuale di ricostruzione storica. La sua destinazione generale consisterà nel dotare tutti i giovani di strumenti concettuali adeguati alla ragionevole costruzione di una soggettività propositiva e critica. Questa prospettiva include due versanti. Da un lato, le questioni di senso e di valore (obblighi, scopi, diritti e doveri, valutazione delle condotte, questioni di giustizia): insomma, la costruzione delle capacità di sviluppare razionalmente i propri punti di vista, e di comprendere e di discutere quelli altrui, partire dalle situazioni e dai problemi dell’esperienza concreta (questioni di etica e di bioetica, responsabilità, cittadinanza). Dall’altro, le questioni di verità (a partire da nozioni elementari di logica, teoria dell’argomentazione, epistemologia). Il diritto all’acquisizione di questa capacità non può venir negato, a partire dagli anni conclusivi della scuola dell’obbligo, secondo modalità connesse, ma distinte, rispetto a quelle operanti nello sviluppo delle capacità di lettura-scrittura e dell’educazione civica» (20 marzo 1998).Le “questioni di verità” delle quali parla il documento corrisponde al “valore-verità” (the truth-value) che è l’anima della logica aletica, ossia dell’impostazione metodologica da me adottata, la quale privilegia – anche nell’esposizione e nella discussione delle vicende storiche della filosofia – la “ricerca della verità”: beninteso, non con presupposti dogmatici di alcun genere ma sempre sulla base di procedimenti esclusivamente razionali e facendo ricorso solo ad argomenti genuinamente filosofici.

 

Gli autori "recuperati" o rivalutati in base a questa metodologia.

 

Quello che però, a mio avviso, non è stato rilevato e valutato come merita è un effetto (secondario ma non trascurabile) dell’adozione di questa metodologia che si impernia sul rapporto tra filosofia e senso comune: infatti, rintracciando nella storia della filosofia gli autori che al senso comune avevano dedicato attenzione – con risultati più o meno apprezzabili - , mi son trovato a poter recuperare molti filosofi finora alquanto trascurati dalla storiografia filosofica italiana: mi riferisco a Juan Luis Vives nel Cinquecento (cfr Modulo 3), a Claude Buffier nel Seicento (cfr Modulo 4), a Friedrich Christoph Oetinger nel Settecento (cfr Modulo 4), a Friedrich H. Jacobi, ad Antoine-Augustin Cournot, a Jaime Balmes e a John Henry Newman nell’Ottocento (cfr Modulo 5), a Teodorico Moretti-Costanzi, Giuseppe Capograssi, Xavier Zubiri, Antonio Millán-Puelles, Josef Pieper ed Enrico Castelli nel Novecento (cfr Modulo 9). Ma l’impostazione metodologica qui adottata ha anche consentito di valorizzare in modo più rispondente alla realtà storica l’opera di autori come Lorenzo Valla, Blaise Pascal (che va riscattato dall’interpretazione fideistica), Thomas Reid (che va rivalutato come espressione di istanze legittime, riprese dopo oltre un secolo in America da Charles Sanders Peirce), Giambattista Vico (che va riscattato dall’interpretazione storicistica del neoidealismo italiano), Antonio Rosmini (che va liberato da interpretazoni ideologiche motivate dal suo ruolo nel Risorgimento, giacché il suo liberalismo politico e i suoi contrasti con Gioberti hanno oscurato e continuano ad oscurare il senso della sua nuova proposta “enciclopedica”, nella quale contano esclusivamente la sua metafisica, la sua gnoseologia e la sua antropologia), senza parlare di numerosi autori del Novecento che richiedevano una presentazione meno riduttiva di quella abituale da noi in Italia: penso soprattutto a due notevoli esponenti della filosofia del senso comune come Hannah Arendt e Luigi Pareyson; ma penso anche a pensatori originalissimi come Augusto Del Noce e Michele Federico Sciacca.

 

                                                                       (Dalla Guida didattica di Antonio Livi)